Indecisioni, visioni e revisioni

There will be time, there will be time


To prepare a face to meet the faces that you meet […]


And time yet for a hundred indecisions,


And for a hundred visions and revisions […]



TS Eliot, The Love Song of J. Alfred Prufrock

MazeSolving_01Da qualche anno a questa parte quando traduco non riesco più a seguire un percorso lineare.
Se mi è possibile, se ho a disposizione un file Word o un pdf dell’originale, copio per intero il testo inglese nel file di lavorazione. Alla prima stesura non traduco mai le frasi per intero. Leggo, e man mano che trovo nodi semplici da sciogliere li rendo in italiano senza starci a pensare troppo su. La seconda lettura/traduzione è dedicata alla ricerca: dizionari, Google, Wikipedia e siti vari. Se possibile traduco le parole o le espressioni che ho cercato. Se invece ho bisogno ancora di tempo per riflettere inserisco un commento in cui mi appunto il senso del pezzo che lascio in inglese e un promemoria del perché, per il momento, ho deciso di non sciogliere quel nodo. In queste prime due fasi di lavoro la presenza del testo inglese è ancora preponderante. Nella terza lettura/traduzione il testo comincia a staccarsi dall’originale: traduco frasi e paragrafi interi lasciando però ancora in sospeso tutto quello che non riesco a risolvere con una riflessione di pochi, pochissimi minuti. Nella quarta fase mi concentro solo sui nodi ancora irrisolti. Questa, di solito, è la fase più lunga perché è quella delle elucubrazioni, delle ricerche approfondite tramite internet (negli spesso non pochi casi in cui le ricerche della fase due non sono bastate) e dei messaggi alle mailing list di traduzione e/o agli amici madrelingua. La quinta fase è quella delle riletture. Ne faccio come minimo tre: la prima volta leggo in italiano ascoltando in sottofondo il testo inglese letto grazie alla preziosissima opzione alt+esc del Mac (prima, quando avevo un PC, usavo ReadPlease). La seconda volta rileggo il testo italiano a mente. La terza rileggo il testo tradotto sempre col supporto di alt+esc, ma questa volta impostato sull’italiano. Queste tre riletture non sono continue: seleziono per la lettura piccoli segmenti, evidenziandomi i pezzi da rivedere e cambiare o cambiandoli in corsa, se si tratta di modifiche veloci.

Ora che l’ho messo per iscritto mi rendo ancora più conto di quanto il metodo che mi sono scelta sia lungo, complesso e laborioso. E ha un grosso difetto: se per scarsità di tempo mi trovo costretta a sacrificare le numerose riletture, il testo prodotto dopo le prime quattro fasi risulta ancora drammaticamente imperfetto, legnoso, incompleto, troppo legato all’originale. In periodi di superlavoro o in cui, per imprevisti vari, mi sono ritrovata ad avere a disposizione meno tempo di quello che avevo preventivato, mi è capitato di consegnare traduzioni di cui non ero per niente soddisfatta, qualitativamente inferiori rispetto alle mie aspirazioni, in uno o due casi roba di cui – non mi vergogno ad ammetterlo – mi sono vergognata. Ma per come funziono io, i processi mentali che entrano in gioco quando faccio ricerche lessicali, non sono gli stessi di quando cerco di sciogliere nodi complessi quali giochi di parole o questioni relative ai registri dei dialoghi o al ritmo e alla musicalità della lingua. Per cui nelle prime fasi tendo a tornare e ritornare più volte sul testo concentrandomi a ogni lettura su un determinato aspetto, mettendo in secondo piano gli altri, e nelle ultime fasi, invece, considero l’effetto dei vari aspetti nel loro insieme.

Non so se lo consiglierei ad altri colleghi, ma dopo 10 anni e passa ho capito che questo è il metodo di lavoro che meglio si adatta ai miei pregi e ai miei difetti di traduttrice. Metodo di lavoro che comunque non riesce a neutralizzare, ogni volta che consegno, quella sensazione che avrei bisogno di rileggere il file ancora – come minimo – un altro paio di volte.

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