I trucchi del mestiere

img04Da quanti anni non posso concedermi una lettura disinteressata? Da quanti anni non riesco ad abbandonarmi a un libro scritto da altri, senza nessun rapporto con ciò che devo scrivere io? […] Da quando sono diventato un forzato dello scrivere, il piacere della lettura è finito per me.
Italo Calvino – Se una notte d’inverno un viaggiatore

Anni fa fui presentata a un famoso traduttore (per quanto possono essere famosi i traduttori) che mi disse “mi dispiace, non ti conosco” (come se fosse obbligatorio sapere chi sono) perché lui, testuali parole, non leggeva mai libri tradotti. Confesso che la risposta mi spiazzò così tanto che non gli chiesi se il suo rifiuto riguardava solo le traduzioni dall’inglese o le traduzioni, tutte, in generale. Oggi, ripensando a quell’episodio, credo che fu una risposta un po’ goffa dettata anche dalla timidezza, ma che comunque conteneva un solido fondo di verità: noi traduttori abbiamo di base una certa antipatia per le traduzioni altrui. Tutti noi – chi più chi meno, senza sfociare necessariamente nell’invidia – quando leggiamo un libro in traduzione (soprattutto se è da una lingua che conosciamo) non riusciamo a rilassarci del tutto, non riusciamo a zittire la voce critica che scova e scuote la testa (a volte stizzita, a volte gongolante) davanti a ogni calco, ogni errore, ogni traccia di rima, allitterazione o omoteleuto involontario.

In questo post di Raul Schenardi, sul blog di Edizioni Sur, vengono riportate alcune dichiarazioni dello scrittore e traduttore argentino César Aira tra cui spicca questa:

«Essendo traduttore di professione, io non leggo mai traduzioni. Sono come quei produttori di salsicce che mangiano qualsiasi cosa tranne le salsicce, perché sanno come si fanno».

Leggendo il post di Raul Schenardi apprendo che Aira traduce (o traduceva) dal francese, dall’inglese, dall’italiano e dal tedesco, e quindi avrà letto e goduto di Balzac, Joyce, Gadda e Kafka in originale. Ma le altre lingue? Non legge nessun autore che scriva originariamente in arabo, cinese, turco, ungherese o giapponese perché non conosce la loro lingua? Forse voleva dire che non legge mai traduzioni da lingue che conosce bene, ma non è quello che leggo nella citazione, e in questa frase aggiunge qualcosa di ancora più forte: non legge traduzioni “perché sa come si fanno”.
Io, ora, confesso di non aver mai letto César Aira e porrò rimedio alla mia ignoranza quanto prima (ovviamente avvalendomi di una traduzione perché il mio scarso e stentato spagnolo non mi permette di leggerlo in lingua originale) ma Cristo santo, quanta supponenza. E anche quanta sincerità, ok, certo. Perché alzi la mano il traduttore (che pure legge libri in traduzione, invita gli altri a farlo e rimprovera i giornalisti che non citano i nomi dei traduttori; che linka sul Facebook articoli sulla traduzione, interviste a colleghi, recensioni che lodano l’opera del traduttore, ecc.) che non ha imprecato e deprecato (da solo a mente o ad alta voce, con i suoi amici e parenti, su blog e social network) traduzioni  piene di calchi, adattamenti e doppiaggi ridicoli, lavori fatti da non professionisti o da professionisti che non meritano il credito di cui godono. Lo facciamo tutti. Proprio come il venditore di salsicce vegetariano. Proprio come il parrucchiere che ti dice che il parrucchiere che ti ha tagliato i capelli la volta prima di lui è un canaro (a me una volta è successo e la volta prima ero andata proprio da loro, ma vabbè). Proprio come il dentista che ti dice che chi ti ha fatto le otturazioni prima di lui non capisce una mazza. Proprio come il politico che dice che fatica a lavorare per colpa dei danni causati dall’amministrazione precedente. Non siamo diversi. Anche noi un po’ soffriamo e un po’ godiamo dell’incapacità dei nostri colleghi servendocene a volte per rosicare in silenzio, giustificare le nostre mancanze o sentirci migliori: è umano. Ma è anche assurdo pensare che il piacere e il senso di qualcosa sia amplificato dal non sapere bene come funziona e sia invece intaccato quando se ne conoscono i meccanismi. Un atteggiamento un po’ troppo esoterico o un po’ troppo banale, tra il sacerdotale, il magico e il ciarlatanesco, nei confronti del lavoro, dell’arte, della vita in genere.

Ma io ho scritto questo post fondamentalmente per un motivo: voglio confessare che ho fatto piangere mio figlio. Mio figlio di tre anni e mezzo che giocava sul tablet con un’app per imparare l’inglese. Un’app per imparare l’inglese oggettivamente fatta con i piedi (biscuit pronunciato bisc-UI-t, pig pronunciato pigghe e così via). Mentre lui cliccava felice e imparava paroline nuove nella lingua che la mamma insegna, da cui la mamma traduce e con cui la mamma gli fa una testa così, io sono sbottata: “Ma questo giochino è orrendo, la pronuncia non si può sentire, alcune parole sono sbagliate proprio. Ora scrivo ai produttori!”. Lui ha buttato da una parte il tablet, ha detto che non voleva giocare più con quel gioco e ha pianto anche un po’. Ora continua a giocarci, ma solo quando crede che io non lo veda. Un po’ mi vergogno di questa cosa.

2 thoughts on “I trucchi del mestiere

  1. Le affermazioni apodittiche possono sempre suscitare un sacrosanto fastidio. Aira è un abbonato (un altro suo lemma è : Prima pubblicare, poi scrivere), ma più che di supponenza credo che si tratti di gusto per la provocazione. Quanto al “come si fanno” le traduzioni, credo che si debbano considerare le condizioni generali: tempi, compensi, battaglie con le redazioni…
    Di Aira tradotto mi permetto di consigliarti Ema, la prigioniera, scoperto e tradotto dal compianto Angelo Morino, ma temo reperibile solo in qualche biblioteca, e Come diventai monaca, uscito qualche anno fa da Feltrinelli (nella mia traduzione). Poi ci sono i più recenti I fantasmi e Il marmo, pubblicati da Sur. Ma… di recente è stata rivolta la domanda a 10 scrittori argentini sui romanzi di Aira che preferiscono, e curiosamente nessuno indicava gli stessi titoli, perciò il mio consiglio va preso con beneficio d’inventario. Grazie per il tuo commento. Raul

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    • Grazie Raul. Ovviamente sono stata un po’ supponente anch’io, proprio nel senso etimologico della parola, nel supporre di sapere cosa c’era dietro questa affermazione di Aira decisamente apodittica. E comunque se non le intendeva lui quelle cose un po’ le intendo io, nel senso che, anche se me ne vergogno, anche se so che non è giusto né professionale, ogni volta che leggo un lavoro in traduzione un po’ soffro nel leggere errori e ineleganze altrui, un po’ mi fomento (come si dice a Roma, ma in questo istante mi sfugge un verbo italiano adatto) e penso di essere migliore del traduttore di cui sto leggendo il lavoro. Sono cose un po’ meschine difficili da confessare. E non dico neanche che siano diffuse, magari sono meschinità di cui mi macchio solo io e che proietto anche sugli altri.
      Comunque ho controllato: Ema è in varie biblioteche di Roma, quindi posso prenderlo in prestito. Mentre Come diventai monaca c’è solo in spagnolo.
      Grazie di nuovo.

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