Lavorare stanchi

Pause at work: cat sleeping on keyboard

Traduttore in pausa – fonte: http://tinyurl.com/j6ze6vn

Questo post non ha ovviamente la pretesa di avere un respiro sociologico, ma prende spunto da me, dalle mie esperienze e dalle mie vacanze di Natale che, come  del resto da una decina d’anni a questa parte, sono state delle vacanze dedicate interamente al lavoro e quindi da schifo.

Per certe occupazioni il tempo da dedicare al lavoro non rispetta limiti, usurpa quelli che andrebbero dedicati ad altre cose. Certe occupazioni tipo l’insegnamento e la traduzione. Le mie.

In vari dialetti italiani il lavoro si chiama fatica. E un po’ a me pare che l’idea di lavoro come fatica improba faccia parte del nostro DNA. Non so quanti articoli ho visto condividere su Facebook ultimamente riguardanti il fatto che la qualità del lavoro sia inversamente proporzionale alla fatica (paesi – sempre del nord Europa, ovviamente – dove si sperimenta con successo la settimana cortissima, o la giornata lavorativa di 6 ore; articoli del genere saranno passati anche sulla vostra homepage e saranno stati commentati da un “seh, vabbè, ciao”).

Ci sono lavori in cui la fatica (meglio se in parte inutile) diventa l’unità di misura per stabilire la bontà del lavoro. Notti insonni, sveglie a ore antelucane, fine settimana e vacanze sacrificati a lavori mal pagati e socialmente ed economicamente poco riconosciuti.
Ma perché? No, davvero: perché? Io non ho i mezzi per formulare un’analisi approfondita che tenga conto dei vari  fattori politici, culturali sociali e psicologici che contribuiscono al verificarsi di questo fenomeno. Posso solo dire che vedo traduttori stravolti che arrivano a fare quasi un punto d’onore delle ore di sonno perse. Io stessa ho spesso scherzato sul mio abbrutimento fisico quando sono sotto consegna, neanche fossi una diciottenne al suo primo esame all’università.

Gli insegnanti si ritrovano forse da sempre, ma sicuramente da qualche anno a questa parte in modo più massiccio, a svolgere gran parte del lavoro fuori dalla classe. E questo impegno non ha un riconoscimento né economico, né agli occhi del pubblico in senso lato. Sono pochi (non li so ovviamente quantificare, questo non è un articolo che si basa su dati scientifici e inoppugnabili, ma una mia visione personalissima delle cose – ma fidatevi: sono troppo pochi) quelli che pensano: ma di che si lamentano, lavorano solo 18 ore a settimana, hanno tre mesi di vacanze, i pomeriggi sempre liberi, possono stare in classe a leggere il giornale tanto nessuno li controlla, pretendono il lavoro sotto casa, eccetera eccetera. Tutte cose che chi ha un briciolo di conoscenza del settore e/o di onestà intellettuale sa benissimo che sono false.  Intendiamoci: di persone che fanno male il proprio lavoro ne esistono nella scuola come in tutti i campi. Ma se insegni e vuoi fare in modo anche solo discreto il tuo lavoro devi abituarti a questi tre dati di fatto: 1) lavorerai come un disgraziato dentro e fuori dalla classe, 2) pochi si renderanno conto dei tuoi tuoi sforzi e te ne renderanno merito e 3) spesso i tuoi sforzi saranno sacrifici umani sull’altare dell’inutilità e della farraginosità.
È questa la prima cosa che mi ha colpito quando dieci anni fa ho cominciato a insegnare e che continua a colpirmi come una secchiata d’acqua gelida mentre sonnecchi in giardino: la macchinosità e l’inutilità di molte delle cose che ci si chiede di fare. E alla fine della settimana, alla fine dell’anno scolastico, quello che rimane è un senso di frustrazione che ti tatua la stanchezza nelle ossa. Sì, lo sento il coro greco dei commentatori dei social network che dicono (“e allora i minatori?” “e allora mio nonno che è emigrato in Australia?” ecc.) Ma il discorso per me è uno solo: la fatica nel lavoro non è un valore aggiunto, è un ostacolo. Perché noi italiani spesso non capiamo questa semplice verità?
Arrivare sul posto di lavoro dopo un’ora e mezza di autobus-metro-tram-ingorgo in macchina sulla Tiburtina (la Tiburtina non è solo una via di Roma, ma è un archetipo, un luogo dannato dell’anima, ogni italiano ha la sua Tiburtina), dover decodificare circolari ministeriali confuse e contraddittorie, aver a che fare con regole incerte che cambiano di anno in anno, lo spauracchio dei tagli e del ridimensionamento; oppure: lavorare con scadenze ravvicinate per compensi miseri, il costante pensiero del pagamento da sollecitare più e più volte; insomma tutte queste cose sono stancanti, e inutili. E sono una parte integrante e cospicua di molti dei lavori che facciamo.

Lavoriamo perennemente stanchi, e un po’ ne siamo anche fieri. La fatica (meglio se insensata ed evitabile) è la prova che ho lavorato e ho lavorato bene.
Aspetto con fiducia il mio primo libro su cui potrò applicare il bollino recante la scritta: “tradotto senza sacrificare nemmeno un’ora di sonno e nessuna ora di svago dei familiari del traduttore”.
Aspetto con fiducia il giorno in cui l’italiano medio capirà che i giorni delle vacanze estive degli insegnanti non corrispondono a quelle di suo figlio, e che se l’insegnante l’estate si riposa per un mese e qualche giorno e non va in burnout i primi a guadagnarci sono lui e suo figlio.
Aspetto con fiducia il giorno in cui in questo paese capiremo che il riposo, l’ozio, il fare altro dal lavoro sono lo spazio negativo necessario perché il lavoro, qualsiasi lavoro, sia ben fatto e utile. E proprio come nelle arti figurative, funziona meglio se occupa i due terzi dell’immagine totale.

2 thoughts on “Lavorare stanchi

  1. sono state delle vacanze dedicate interamente al lavoro e quindi da schifo.

    Poteva andarti peggio. Continuo a sentire traduttore angosciati perché non hanno lavoro, o ne hanno pochissimo.

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    • Non mi lamento di avere lavoro, ma di non sapermi organizzare bene, perché le vacanze sono fatte per riposarsi e ricaricarsi e se non ne so approfittare vuol dire che devo imparare a organizzare meglio il mio tempo

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