Le correzioni

samuel-beckettTempo fa ho pubblicato questo post sul rapporto dei traduttori con i propri errori. È da un po’ che rifletto anche sul rapporto che abbiamo con gli errori altrui. Sarà una mia impressione viziata anche dalla bidimensionalità degli status e dei commenti sui social network, ma l’impressione che ho è che noi traduttori spesso prendiamo gli errori altrui come un affronto personale. Se avete un traduttore tra i vostri contatti Facebook, se avete anche solo me come traduttore tra i vostri contatti Facebook, avrete senz’altro letto numerose volte status tipo: “Ho appena sentito in una serie doppiata un personaggio che diceva ‘come se non ci fosse un domani’. Ho sfondato la TV a calci”; oppure: “Sono a pagina venti di un libro e ho già contato cinque refusi. Comincio a capire i nazisti che bruciavano i libri”.

Ecco, il nazismo. Parliamone. Spesso prendiamo gli errori dei colleghi, dei redattori, dei giornalisti, ma anche della gente che scrive velocemente da un telefono quasi come roba da carcere duro o da gogna in pubblica piazza. Sarà che sono figlia di insegnanti e i figli di insegnanti da bambini, diciamolo, stanno un po’ sulle scatole agli amichetti, sarà che osservo da vicino il rapporto da tragedia greca che mio figlio di cinque anni ha con i propri errori e il modo in cui sbeffeggia me o il papà quando sbagliamo, sarà che insegno in un luogo che è l’emblema (e per più di un verso) del concetto di errore, ma io non riesco più a ridere a cuor leggero degli errori altrui.
Lo faccio, eh, rido e mi diverto, correggo gli altri, sottolineo errori imbarazzanti, mi indigno per calchi e sciatterie. Ma non posso fare a meno di percepire l’elemento di poracceria morale che mi muove quando faccio queste cose in pubblico e con modi, tempi e toni inopportuni.
Facebook ha amplificato in modo esponenziale la tendenza a ostentare le proprie idiosincrasie e sicurezze linguistiche. E siccome si tratta di roba che in fondo ha a che fare con la cultura, e siccome Facebook (come i luoghi di scambio offerti dalla rete in genere) è un filtro che non ci fa vedere la faccia di chi viene corretto o dileggiato per un errore  – faccia che può coprire varie sfumature dello spettro che va dal contrito al macchittesencula – spesso esageriamo, spesso maramaldeggiamo.
Poi sì, ovvio, la professionalità, chi lavora con la lingua non può permettersi certi scivoloni, l’antipatia di quelli che fanno un vanto della propria sciatteria. Sì, va bene, è giusto correggere un professionista che sbaglia, per carità. Ma il problema è il come. Non ce ne rendiamo conto, ma noi traduttori a volte siamo antipatici forte. Ma forte. Il che non è di per sé un male se è una scelta programmatica, se dietro c’è il ragionamento “fondamentalmente voglio che il mio interlocutore si senta un po’ una merda”. Ci sta che uno parta da questo presupposto e allora va benissimo, tanto di cappello, non condivido, ma rispetto la coerenza delle crociate piene di cazzimma contro i giornalisti o gli editori che non citano il nome del traduttore e contro i colleghi o aspiranti tali che commettono errori.
Ma se lo scopo non è quello di far trionfare nel mondo la nostra cazzimma, se poi ci stupiamo quando la persona a cui facciamo notare una mancanza non si ravvede e non ci ringrazia, ma ci manda invece a quel paese con la rincorsa e la mano alzata, dobbiamo pensare che forse we’re doing it wrong e istituire corsi di corretta comunicazione e gestione del nazismo.

E ora, per concludere, un breve racconto con morale finale dal titolo “Il carisma di Andrea”.

Una sera ero sul 542 e dietro di me era seduta una ragazza che parlava al telefono. Discuteva animatamente con un certo Andrea, che poteva essere un suo ex, un collega, un traduttore. E a un certo punto, più o meno all’altezza di Ponte Lanciani, gli dice: “Mi fa piacere che Lucia e i tuoi colleghi pensano che c’hai carisma. Ma pe’ me tu nun c’hai carisma. Io te vedo solo come ‘n cane rabbioso e basta”.

8 thoughts on “Le correzioni

  1. Siamo umani, Federica, e da umani coviamo tutti un pizzico di cazzimma, soprattutto tra colleghi, forse un po’ spinti dal senso di competizione, a volte dall’invidia (altra umanissima dote), perché magari vorremmo essere al posto loro. Forse i traduttori hanno un atteggiamento più ferocemente critico perché la concorrenza è tanta, ma comunque la cazzimma è insita in tutti gli ambiti lavorativi, non se ne salva nessuno. Come diceva un conoscente, ‘Il lavoro nobilita l’uomo e lo rende simile alla bestia’ (senza nulla togliere alle bestie). Quello che mi lascia basita, invece, è la cazzimma di alcuni lettori, che a volte pare stiano confucianamente sulla sponda del ruscello in attesa di vedere il cadavere del traduttore passare. Cui prodest? E perché? Si, convengo che alle volte la resa imprecisa e spesso improbabile di alcuni testi tradotti (parlo di quelli autopubblicati, ovviamente) possa guastare la lettura, ma l’accanirsi sulle virgole, sul singolo refuso, magari sull’unico typo di tutto un libro, che senso ha?

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  2. — “Ho appena sentito in una serie doppiata un personaggio che diceva ‘come se non ci fosse un domani’. Ho sfondato la TV a calci” —

    Qui il grave errore dov’era? Cioè, c’è una maniera ammessa e protocollare di tradurre quel molto espressivo modo di dire, che secondo me rende bene anche in italiano, e tutte le altre maniere sono ritenute inammissibili e non-professionali? Chiedo perché davvero non so, non faccio il traduttore.

    Grazie!

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      • Io, che traduco da altre lingue e non conosco a fondo l’inglese, non lo percepisco come un calco. Allora, mi chiedo: sono anch’io intrisa di traduttese e non me ne rendo più nemmeno conto? Dico sempre che per imparare a scrivere bene bisogna leggere. Ma quanti libri – tradotti a volte meglio a volte peggio (compresi quelli tradotti da me) – abbiamo letto tutti, no?

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  3. Capisco… Parlando da profano, un calco mi urta quando va contro l’uso sintattico o pragmatico dell’italiano – “i miei due cent”, “non è cosa di cui scrivere a casa” – , ma non è questo il caso.

    Grazie dell’attenzione.

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