Le vite di Lucia Berlin

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Ieri mi è arrivato il pacco con le mie copie di spettanza di La donna che scriveva racconti* di Lucia Berlin, edito da Bollati Boringhieri. Non l’ho aperto. Mi spaventa un po’ vederlo stampato. Provo un leggero fastidio a rileggere la mia traduzione nei racconti o negli stralci pubblicati in questi giorni online e sui giornali. Ho fatto questo board su Pinterest e in più di un caso, mentre ricopiavo gli incipit dei 43 racconti, mi sono chiesta con sincero sgomento: ma perché hai tradotto così?


Di recente ho tenuto un corso per Oblique in cui gli allievi dovevano analizzare la mia traduzione di alcuni racconti della Berlin e prodursi in versioni alternative. Mi hanno fatto notare e ho notato io stessa inesattezze, piccoli arbitri. Una vera sofferenza.
Con questo non voglio dire che sono insoddisfatta del mio lavoro su questo libro: è solo che le normali, fisiologiche imperfezioni presenti in ogni traduzione diventano enormi quando si è amato un libro. Almeno per me. E io questo libro l’ho amato tanto.

Gli americani, quando sanno raccontare, non li batte nessuno. Non so cosa sia, forse l’assenza di un’epica antica e quindi una più solida tradizione di racconto orale dell’epica del quotidiano. Fatto sta che quando un americano sa raccontare bene è tutta un’altra storia. Non c’è desiderio di manipolare il lettore, non si percepisce il tentativo da parte dell’autore di apparire profondo, sarcastico, interessante, grottesco. Le miserie umane non vengono sfruttate per stupire. È questa “normalità” dell’insolito, del diverso, di ciò di cui “normalmente” ci si vergognerebbe che amo negli americani che sanno raccontare. E non parlo solo di autori di racconti, ma anche di gente che scrive canzoni. I racconti di Lucia Berlin, più che a Carver, Bukowski, Grace Paley e tutti gli altri scrittori a cui è stata paragonata, mi hanno fatto pensare, mentre li traducevo (mentre ho avuto l’enorme privilegio di tradurla), a Johnny Cash, Tom Waits, Joni Mitchell, al Bruce Springsteen di The River e Nebraska.

Non è per far torto all’enorme talento di Lucia Berlin per il racconto che sia io che i vari recensori che ho letto e che leggerò sentiamo il bisogno di paragonarla a qualcun altro. È forse per il bisogno di inserirla in una tradizione che inspiegabilmente di fatto l’ha ignorata fino alla pubblicazione di questa sua raccolta postuma. Come abbiamo fatto a non accorgerci veramente di lei fino al 2015?

Vi dico questo: se potete leggetela in originale, fatevi questo regalo. Ma se il vostro inglese non vi permette di apprezzarla, leggetela in traduzione (e usatemi misericordia per ogni volta che non le ho reso appieno giustizia). Troverete la storia di tante vite e troverete la vita, probabilmente anche un pezzo della vostra, narrata con disarmante sincerità e con quella totale assenza di giudizio che è propria dei grandi narratori, e dei grandi esseri umani, mi verrebbe da dire. Vi sentirete accolti, accettati in tutte le vostre stranezze. Vi sentirete a casa. E probabilmente vi verrà voglia di ascoltare questa canzone a manetta.

* Il titolo originale della raccolta è A Manual for Cleaning Women, che è anche il titolo di uno dei racconti. Fosse stato per me l’avrei lasciato così, ovvero Manuale per donne delle pulizie. Ma non sempre ai traduttori è dato di poter scegliere i titoli dei libri che traducono.

La foto è stata presa dal sito luciaberlin.com

5 thoughts on “Le vite di Lucia Berlin

  1. Concordo completamente con il fatto che gli americani, quando raccontano… Sto leggendo adesso Grace Paley, che spia gli uomini come formiche, con quel suo sguardo raggelante da entomologa, e penso che a questo punto leggerò anche Lucia Berlin. Ascoltando Tom Waits che si abbandona alla nostalgia di Martha…
    Quando leggo gente come Corman McCarthy mi chiedo sempre perché in Europa non riusciamo ad avere quel respiro (epico in quel caso) che hanno le sue storie, quel sapere dire tanto di antropologia attraverso una storia ambientata magari in un altro tempo e in un altro luogo. Forse noi in Italia abbiamo il vizio di abbandonarci al narcisismo della scrittura piuttosto che mirare a raccontare una storia, un po’ come se il “come” si racconta fosse sempre un po’ più importante del “che cosa”, come se essere scrittori fosse più questione di saper scrivere che di saper penetrare e poi raccontare le cose.

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  2. Lettura bellissima e profonda, bellissima traduzione, complimenti. Ci sarà altro di questa autrice da leggere in italiano? La leggerò anche in originale come mi consiglia.

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