L’Italia tradotta in italiano

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Ho da poco consegnato la traduzione di due romanzi – Katherine Carlyle di Rupert Thomson e  How To Be Both di Ali Smith – che si svolgono in parte in Italia.
Ora, molti di noi traduttori, quando ci troviamo a lavorare con un testo contenente riferimenti all’Italia e all’italiano ci infiliamo l’elmetto e ci prepariamo alla guerra.
Tempo fa, da una discussione su Facebook con alcuni miei colleghi, è venuto fuori che in libri da loro tradotti, ambientati in Italia, oltre a una serie di luoghi comuni da cartolina di sessant’anni fa (tutti hanno una Vespa o una Cinquecento, tutti gesticolano e cantano una canzone d’amore mentre mangiano la pizza in una gondola, tutte le donne sono Sophia Loren e tutti gli uomini Marcello Mastroianni) c’era gente che si affacciava alla finestra a Roma e vedeva l’Etna, c’erano eserciti di uomini che si chiamavano Guiseppe, c’erano persone nate e cresciute in Italia che parlavano come i figli dei miei parenti emigrati in America negli anni ’40. In poche parole, editing e fact-checking all’acqua di rose.

E ora, piccolo annuncio auto-pubblicitario: Cari editori britannici e americani, avete un sacco di pregi, ma ammettetelo, a volte il vostro editing lascia a desiderare. Non solo perché pubblicate libri di 500 pagine che camminerebbero meglio e funzionerebbero di più dopo una dieta dimagrante di 200-300 pagine, ma anche perché non controllate bene i fatti: date, nomi, spelling di parole straniere, riferimenti storici e culturali. Dai ammettetelo, siete un po’ arronzoni da questo punto di vista, soprattutto nei testi di narrativa. Ecco, cari editori britannici e americani, INGAGGIATEMI COME FACT CHECKER DI TESTI DI NARRATIVA, NON VE NE PENTIRETE.

Se è possibile contattare l’autore – se l’autore è vivo, cioè, e non è particolarmente spocchioso – è possibile e auspicabile, direi, segnalare incongruenze, errori, anacronismi e chiedere il permesso di cambiare. Non è detto che ce lo concedano, a volte ci tengono ai loro milanesi che vedono la costiera amalfitana dalla finestra di casa. In quel caso non possiamo fare altro che un passo indietro e adottare la filosofia “e che so’ Pasquale io?” di Totò nel caso di eventuali critiche rivolte a noi.

Però guardiamo anche il bicchiere mezzo pieno. Quando traduciamo un libro che si svolge in Italia, con personaggi che in teoria, se quella storia si fosse svolta realmente, avrebbero parlato italiano, possiamo mettere loro in bocca quelle frasi, quelle espressioni, quelle costruzioni sintattiche regionali che ci rimangono sempre in punta di dita nelle altre traduzioni e che quando ci scappano e qualcuno (revisore, lettori) ce le fa notare ci fanno vergognare come quando esci con la maglia al contrario o il bozzo dei calzini del giorno prima che ti spuntano da sotto pantaloni. Quando traduciamo un libro che si svolge in Italia, possiamo abbondare in realia e chiamare sampietrini i sampietrini, metro la metro, cornetto il cornetto. Possiamo far dire ai personaggi parole tipo minchia, sticazzi e addirittura ciaone. No, ciaone forse no.

Ma comunque, editori americani e britannici, ci so fare quando si tratta di comunicare all’autore con discrezione che ha scritto una scemenza: PRENDETEMI COME FACT CHECKER, NON VE NE PENTIRETE.

6 thoughts on “L’Italia tradotta in italiano

  1. Pingback: Settimana 17-2016 | Debora Serrentino – Foodie Translator

  2. Esilarante! È davvero difficile resistere dal perdere la trebisonda di fronte a certi oltraggi culturali, figuriamoci se poi sono scritti nero su bianco, stampati e diffusi su larga scala. Ricordo di aver letto su un libro per l’insegnamento della lingua e della cultura italiana che “molti stranieri rimangono sorpresi di fronte al fatto che diversi italiani sono biondi”. La sorpresa è stata mia… nel leggere quella frase.

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