Confessioni di una disordinata seriale

Jimi-Hendrix-marijuanaA proposito della mia tendenza alla procrastinazione, mi sono sempre raccontata la storia che molti rimandatori seriali si raccontano, e cioè che in fondo io sono una che lavora meglio sotto pressione. È una solenne stupidaggine: sotto pressione si lavora da schifo, in termini sia di risultati sia di qualità della vita in genere. Eppure, per un lungo periodo, l’ansia del dover fare tutto in poco tempo è stata una specie di droga che mi dava l’impressione di operare con maggiore concentrazione e alacrità. Gli effetti collaterali però sono pesanti: stress, stanchezza cronica, senso di colpa, sindrome dell’impostore.

Dopo anni che litigo con me stessa e mi fustigo per il tempo che perdo credo di aver capito quanto segue:

  1. La mia tendenza alla procrastinazione è legata a doppio filo al mio disordine e alla mia disorganizzazione. Disordine e disorganizzazione non sono sinonimi di genio e sregolatezza, ma sono, semplicemente, disordine e disorganizzazione;
  2. Rimando cose che non mi danno una soddisfazione immediata o cose nelle quali non trovo un’utilità o una ricompensa nell’immediato;
  3. Pensavo fosse procrastinazione e invece era un calesse.

Punto 1: disordine e disorganizzazione ≠ genio e sregolatezza. Ogni tanto vengono fuori questi studi di ricercatori americani o norvegesi secondo i quali se sei pigro vuol dire che sei un genio, se ti mangi le unghie campi cent’anni, se a scuola andavi male in matematica sei Einstein. E poi, periodicamente, l’intramontabile “se sei disordinato vuol dire che sei creativo”. Col cavolo. Non stiamo parlando di droghe psicotrope, non stiamo parlando di sostanze che aprono le porte della percezione, stiamo parlando di gente che non ha metodo o si sente il sedere pesante al pensiero di dover archiviare una volta per tutte dei noiosissimi fogli di carta o dei cavolo di file secondo un criterio logico, sistemare in modo sensato oggetti, vestiti, segnarsi impegni e scadenze. Il nostro disordine non è LSD e non farà mai di noi dei Jimi Hendrix. Questa è una dura realtà che va accettata.
E non è nemmeno vero che noi disordinati nel nostro disordine le cose le troviamo. Le cose le troviamo nonostante il disordine. E se davvero siamo creativi siamo creativi nonostante il disordine. Le cose le troviamo dopo parolacce e bestemmie, le troviamo dopo aver incolpato il resto della famiglia o i munacielli di avercele nascoste per farci impazzire.
La mia esperienza personale non corrobora dunque le tesi sostenute dagli scienziati.
In questi giorni ho avuto un altro momento di epifania: non si può lavorare senza un’agenda. Come accidenti ho fatto a funzionare per decenni senza una cavolo di agenda? Da disordinata cronica quale sono ho una certa resistenza nei confronti delle agende e degli archivi e i motivi sono vari (“Perdo più tempo a scrivere le cose da fare che a farle”, “Sono nata dei Pesci non posso morire della Vergine”, “Osservare la mole dei giorni passati e dei giorni che restano sull’agenda mi deprime, mi fa pensare alla vecchiaia e alla morte”). Ci ho messo più o meno trent’anni a capire che cercare di ricordare tutto è un lavoraccio improbo e assurdo. Le scadenze a lungo termine, le liste di cose da sbrigare nell’immediato, le idee per progetti da sviluppare, gli orari e i luoghi di appuntamenti sono cose che vanno scritte, buttate fuori dal cervello. Perché finché queste cose abitano solo nella nostra testa fanno confusione, si accoppiano e si moltiplicano, si confondono con altre scadenze e altri impegni, continuano a richiamare la nostra attenzione, a metterci alla prova, a chiederci “ti ricordi di me?”.
Io ho tradotto una cinquantina di libri e per nessuno – mi vergogno ad ammetterlo –  ho fatto un piano di lavoro preciso, per quasi nessuno ho segnato la data di consegna su un calendario o su un’agenda (cosa che mi costringe a controllare periodicamente le e-mail, i contratti – se mi ricordo dove li ho messi – o a scrivere direttamente al redattore di turno).
Ora, da un mese e mezzo sto provando il metodo del bullet journaling – se non sapete cos’è potete dare un’occhiata qui o qui – e devo dire che stranamente non mi sono ancora stufata ma, anzi, continuano a venirmi nuove idee su come organizzare meglio il lavoro, il tempo e le idee. A prima vista il bullet journal può sembrare un semplice planner rivestito di fuffa buono solo a dare soldi ai produttori di quadernini e pennette colorate, ma non è così. Il fatto che il metodo sia estremamente flessibile e personalizzabile ti costringe a farti un grosso esame di coscienza per capire quali sono le cose che devi monitorare, quali le abitudini che devi sviluppare e le fonti di distrazione che devi neutralizzare. Per me che ho sempre abbandonato le agende prima del 10 gennaio, un mese e mezzo è un successone. Il mio entusiasmo non è calato e io, che non capivo il fascino dei quadernetti, oggi sbavo pavlovianamente all’idea di comprarmene uno nuovo e mi sento di dire: bullet journal – mai più senza.

Punto 2: l’assenza di gratificazioni immediate. In periodi di forte stress, anche sotto consegna, mi è capitato diverse volte di ritrovarmi a buttare via il tempo facendo giochini idioti al computer. Si tratta soprattutto di roba di time-management o room-escape. Situazioni, insomma, in cui devi risolvere un macro-problema spesso composto da una serie di micro-situazioni ben precise di cui occuparsi. La risoluzione di ogni micro o macro problema è sempre accompagnata da una gratificazione: una stellina, lo sblocco di un altro livello, soldi finti da spendere per comprare potenziamenti. Scemenze, insomma, ma scemenze che hanno il loro perché.
Ora, quando ci si accorge di sprecare tempo a fare giochini del cavolo in momenti di forte pressione si può reagire in due modi: 1. sentirsi in colpa, fustigarsi e comprare libri per imparare a tenere a bada la propria tendenza a perdere tempo; oppure 2. cercare di capire il messaggio che la nostra psiche, servendosi del giochino scemo, sta disperatamente cercando di far arrivare in superficie.
Tutto questo risponde a quel principio che da qualche anno a questa parte viene chiamato gamification, e cioè il bisogno di affrontare i compiti più noiosi e ripetitivi della propria quotidianità lavorativa ed extralavorativa trasformandoli in una sorta di gioco. La traduzione di un libro, la preparazione di una lezione, compilare moduli noiosissimi possono diventare piccoli tasselli di un gioco del quale decidiamo noi le regole e le ricompense. Io per esempio mi sono accorta che quando si tratta di ricompense mi accontento di molto poco. Non ho bisogno di promettere a me stessa che se completo un segmento di lavoro entro tot ore mi comprerò un vestito o mi concederò dio sa che. Mi basta poter mettere una spunta nella mia lista delle cose da fare e rimirarmela soddisfatta. Arrivare a fine giornata e ritrovarsi con tante belle spunte nella to-do list e tante belle crocette nell’habit tracker è una vera soddisfazione. Davvero la mente umana è così sempliciotta? Sì. O perlomeno la mia è davvero così sempliciotta.
Si può ludicizzare anche una traduzione, e questo io lo faccio istintivamente da anni: spesso – quando ho a disposizione la versione digitale del testo – nella prima stesura traduco solo alcuni pezzi, partendo da alcune parole ricorrenti. Questo comporta una serie di benefici: mi annoio meno, quando faccio la seconda mezza-stesura mi trovo un sacco di pagine già tradotte o quasi, tengo traccia delle occorrenze di certi termini e quindi della coerenza interna di alcune parole o espressioni che vanno ripetute e conservate uguali anche in traduzione. Oppure mi concentro solo sulle parole da cercare sul vocabolario, facendo una gara con me stessa e decidendo di volta in volta se la vittoria consiste nel trovarne tante o poche. O ancora, una cosa che mi diverto a fare da un po’ è quella di creare board su Pinterest con le canzoni che compaiono nei testi che traduco, oppure con le foto di luoghi o cose strane che non conoscevo. Sono tutti antidoti per sconfiggere la noia bruta di azioni ripetitive e stratagemmi per avere la sensazione di raggiungere dei micro-traguardi ogni giorno. Sono cazzate, ma cazzate utilissime. Non demonizziamo mai i giochi o i messaggi che cercano di comunicarci. A questo punto vorrei tanto dire qualcosa di profondo su Pokémon Go, ma il mio cellulare fa schifo e non sono riuscita a scaricarlo, quindi pazienza.

Punto 3: non sempre si arriva col fiato sul collo per colpa della procrastinazione. Tornando al discorso del bullet journal, i vantaggi di stilare liste di cose da fare quotidianamente, settimanalmente o mensilmente sono molteplici: 1. non rischi di dimenticarti niente, 2. “oggettifichi” l’impegno non permettendogli di colonizzarti il cervello e relegandolo nel pezzetto di carta o nell’app su cui te lo segni e soprattutto 3. metti un limite preciso ai compiti che puoi umanamente svolgere in un periodo limitato di tempo. Quest’ultimo punto non è utile solo per non accettare carichi di lavoro extra, ma per renderci conto di tutte le volte che paghiamo le conseguenze dell’inefficienza altrui. Tutti i lavori, anche quelli apparentemente più solitari come quello del traduttore, dipendono in realtà da una serie di sinergie e di concatenazioni di azioni di un gruppo di persone. Se per inefficienza, negligenza, incapacità mi trovo a non completare un lavoro in tempo utile finisco per far pagare le conseguenze dei miei errori di calcolo o della mia cialtroneria ad altre persone. Lavoro in due campi, quello dell’editoria e quello dell’insegnamento, dove troppo spesso ci si ammazza di stress e di fatica (manco stessimo facendo operazioni a cuore aperto) per sopperire a inottemperanze altrui. Personalmente credo di essere stata da entrambi i lati della barricata. Ogni volta che ho consegnato un lavoro in ritardo ho costretto altre persone a lavorare di più in minor tempo rispetto a quello che avevano preventivato. Ogni volta che ho dovuto rileggere una revisione in due giorni prima che andasse in stampa, ho pagato le conseguenze di errori di calcolo non miei. Quindi in ultima analisi, quella che ci può sembrare una nostra tendenza alla procrastinazione, a volte, è solo la tendenza ad assumerci carichi di lavoro che non possiamo permetterci e mansioni che non spettano a noi. Vedere tutto nero su bianco, vedere le spunte o l’assenza di spunte alle caselline delle cose da fare mi fa capire se sono arrivata a dormire tre ore per notte e a trascurare la mia salute e gli affetti più cari per mie inefficienze o per inefficienze altrui. Nell’uno o nell’altro caso si tratta di disorganizzazione – nostra o altrui – e tutto questo, ricordiamolo, non fa di noi Jimi Hendrix.

 

 

 

13 thoughts on “Confessioni di una disordinata seriale

  1. Post grandioso. Vorrei aggiungere solo due cose:
    1) l’ineffabile ministra della Sanità ci ha ormai insegnato che si dice “sostanze psicotriche” (se lo dice lei che è ministra, chi siamo noi per correggerla?), e
    2) «Non sono io, sono i munacielli» LE MAGLIETTE, GRAZIE.

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  2. prima credevo di procrastinare in modo irresponsabile, oggi so che quando perdo tempo è perché so che posso permettermelo. Senza saperlo – e senza riconoscermi questa competenza – valuto a una prima occhiata tempo e difficoltà di una traduzione, e mi prendo il tempo che ci vuole anche quello da perdere o da investire in gamizzazioni. Ma mi sono accorta anche che ci sono due tipi di procrastinamento: quello nel lavoro e quello in tutto il resto. I fattori che incidono – almeno per me – sono differenti.

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  3. Ho letto mezzo post. L’altra metà la leggerò più in là. Sei impietosa. Fustigante. Mi hai fatto affiorare sensi di colpa a iosa. Il post è ben scritto, vero. Infatti l’altra metà verrò a leggerla davvero prima o poi, ma oggi no. Non ce la faccio. Eh già … pure io sono una procrastinatrice seriale ahimè.🙂

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  4. Pingback: Procrastinatrice seriale – duepunti

  5. Grazie a te per il post (e grazie a svirgola per averlo linkato). Sono una procrastinatrice compulsiva, ed è bello rendersi conto di non essere soli nell’universo. Grazie anche per la segnalazione del bullet journaling, mi si è aperto un mondo che non vedo l’ora di esplorare (se scrivessi dal cellulare metterei una faccina con gli occhi a cuore). In realtà sono una fan di agende, agendine, app e programmi vari per gestire scadenze, aumentare la produttività etc.; il problema è che – almeno finora – li ho utilizzati per rinviare, rinviare e ancora rinviare. Intendo dire che io sarei anche una organizzata, ma continuo a non affrontare le “cose-da-fare”. Perdona la lunghezza del commento, ma è un argomento che sento molto🙂 (ho promesso di scriverci un post, ma sto rinviando anche questo da un paio di giorni).

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  6. Pingback: Domani, forse (riflessioni di una procrastinatrice organizzata) – mammasulfilo

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