L’Italia tradotta in italiano

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Ho da poco consegnato la traduzione di due romanzi – Katherine Carlyle di Rupert Thomson e  How To Be Both di Ali Smith – che si svolgono in parte in Italia.
Ora, molti di noi traduttori, quando ci troviamo a lavorare con un testo contenente riferimenti all’Italia e all’italiano ci infiliamo l’elmetto e ci prepariamo alla guerra. Continua a leggere

Bovindi

G.2A.-2008-The-Girl-in-the-WoodOltre un mese d’assenza da questo blog. Ma per gli insegnanti maggio e giugno sono mesi pesanti. E poi, soprattutto, c’è stato questo. Se non sapete cos’è OccuPay e se vi interessano il mondo dell’editoria e i libri, prendetevi qualche secondo per scoprire di cosa si tratta e magari seguitelo su Facebook e su Twitter.

Nel frattempo è uscito questo libro, del quale parlerò nel prossimo post. Oggi, invece, vorrei concentrarmi sul rapporto che un traduttore dovrebbe (secondo me) avere con i dizionari.  Continua a leggere

Quando la lingua non è trasparente

Fiona Phillips; Oil, 2012, Painting "Raining Cats and Dogs"

Fiona Phillips; Oil, 2012, Painting “Raining Cats and Dogs”

Credo che nessun traduttore avrebbe dubbi su come rendere frasi tipo “they were like chalk and cheese”, “piece of cake” o “break a leg”: in qualsiasi modo, ma non letteralmente. Ma cosa succede quando un modo di dire, un gioco di parole, un riferimento alla lingua di partenza va oltre e non è più un semplice veicolo di significato, ma diventa un’occasione di riflessione sulla lingua stessa? Come ci si comporta quando la lingua da cui stiamo traducendo non è più trasparente, ma diventa essa stessa parte della narrazione, parte della trama, un personaggio? Continua a leggere

Tradurre il vintage

In questi giorni ho letto con molto interesse una serie di articoli sulla nuova traduzione del Giovane Holden (per esempio questo, questo, questo e questo). Il compito che la casa editrice Einaudi ha affidato due anni fa a Matteo Colombo sembra un po’ un koan zen: ritradurre un classico moderno svecchiandolo senza modernizzarlo troppo. Cosa è filologicamente più corretto? Recuperare un lessico e un clima linguistico vicini all’italiano di un giovane di sessant’anni fa, pur non essendo Holden un giovane italiano di sessant’anni fa e nonostante i giovani italiani di sessant’anni fa non parlassero tutti allo stesso modo e forse nemmeno in italiano (o non lo stesso italiano)? Puntare a un gergo giovanile di oggi che rischia di essere obsoleto già domani oltre che anacronistico ieri oggi e domani? Optare per una via di mezzo, e cioè una lingua ibrida, fedele non a una verosimiglianza filologica, ma a una coerenza interna del testo che rispecchi, come dice giustamente Matteo Colombo, l’interpretazione, l’opinione, ovviamente parziale, che il traduttore dà del testo in questione? Ho amato moltissimo The Catcher in the Rye, che non ho mai letto in italiano, e non vedo l’ora di leggere la versione di Matteo. Quando all’epoca ho saputo che stava lavorando su Holden l’ho invidiato ma non l’ho invidiato. Immagine

M’interessano particolarmente le riflessioni attorno alla ritraduzione del Giovane Holden perché anch’io in questi giorni sono alle prese con un libro scritto vari decenni fa, quattro per la precisione. Si tratta di The Rachel Papers di Martin Amis, per Einaudi. Al contrario di Holden non è mai stato tradotto prima. Nel libro di Amis, l’influenza di Salinger c’è è si sente. The Rachel Papers è una narrazione in prima persona di un tardo-adolescente estremamente egoriferito. È, secondo molti lettori, e non saprei dire se a torto o a ragione, un Catcher in the Rye inglese, più cinico, e – anche per ovvi motivi cronologici – con più sesso, droga e rock and roll nel tessuto narrativo. Continua a leggere