Traduttori anonimi

daysofwineandroses101-2È di poche settimane fa la campagna #ioleggoperché. Io non so se ha funzionato, non so se i non lettori incalliti o quelli occasionali si sono incuriositi, pentiti, offesi o anche solo accorti della sua esistenza. Davanti a questa iniziativa, non poche persone che lavorano con e nell’editoria hanno storto il naso. Personalmente, in questa campagna ho trovato due pecche: 1) quella di considerare i non lettori come pagani da convertire. Lo dico da profana, da fruitrice e target di campagne di comunicazione e di marketing e non da esperta, quindi posso benissimo sbagliare, ma a me pare che se devi spiegare a qualcuno perché una cosa è fica, questa cosa perde di colpo qualsiasi brandello di ficaggine. E 2) tutto quanto ha a che fare con i libri e la lettura viene troppo spesso presentato come buono e giusto in sé. Non è così.

Sì, ok il libro non è un prodotto come un altro che può essere marketizzato, brandizzato e tutte queste altre parole mezze inglesi brutte e cattive che fanno partire altre campagne di evangelizzazione e altri #. Sì, è vero che leggere è un modo per aprire la mente. Ma non è vero che se leggi sei migliore di chi non legge, non è vero che se ti occupi di editoria sei automaticamente da annoverare tra i giusti, non è automaticamente vero che se sei un editore e la tua casa editrice fallisce è solo colpa della crisi, non è automaticamente vero che se sei un redattore o un traduttore e ti pagano poco o non ti pagano affatto è perché gli editori sono cattivi e tu non hai altra scelta. Con questo non voglio certo dire che le politiche culturali dei vari governi degli ultimi decenni siano state esemplari e che non sia anche per questo che alcune case editrici sono state costrette a chiudere, né intendo dire che gli editori che non pagano non esistono o che non hanno colpe perché la colpa è di chi accetta di lavorare per loro. Sto solo dicendo che se davvero vogliamo muoverci dal pantano in cui l’editoria è sprofondata da un po’ – il pantano delle scarse vendite, il pantano degli editori che non pagano i dipendenti, il pantano della troppa gente che continua a farsi sfruttare anche dopo l’ennesima fregatura – non c’è altra via d’uscita se non l’onestà, un’onestà a tutto tondo che non deve riguardare solo il lato economico del nostro lavoro, ma anche il modo in cui raccontiamo questo lavoro (e le ragioni delle ansie, delle fregature e dei fallimenti) a noi stessi e agli altri.

E quindi immagino questi altri tre hashtag, secondo me molto utili per capire certi meccanismi fallimentari dell’editoria di oggi: #iononleggoperché, #iononpagoperché e #iolavoroperduesoldiperché.

Chiediamo ai lettori perché non leggono, frenando la mano messaggera che gli vorrebbe regalare un libro qualsiasi perché leggere fa bene come un bel piatto di verdure, e frenando anche l’impulso di dirgli che non leggendo non sanno quello che si perdono. Perché siamo noi a non sapere quello che ci perdiamo a non ascoltare i motivi delle persone che vorremmo portare sulla retta via. I non lettori spesso hanno storie interessantissime da raccontare. I libri più belli spesso parlano di non lettori e sono stati scritti da gente che ha avuto la capacità e l’umiltà di ascoltarli e di non prenderli per il culo.

Poi chiediamo agli editori che non pagano, o che pagano poco o in ritardo perché lo fanno, perché non si rendono ben conto di essere soprattutto degli imprenditori, perché e quando hanno deciso di addossare il rischio di impresa ai loro collaboratori, interni o esterni che siano, collaboratori che però non partecipano dei guadagni; perché si dichiarano di sinistra, criticano le fallimentari politiche sul lavoro dei governi degli ultimi trent’anni; perché, all’ennesimo sollecito o dopo l’ingiunzione ufficiale di pagamento da parte dell’avvocato ti scrivono e-mail in cui ti chiedono di capire, di pazientare, ti spiegano che la crisi, la cultura, il coraggio di essere di nicchia eccetera eccetera; perché costringono i loro collaboratori a negarli al telefono, a scrivere e-mail con improbabili scuse o con penosi tentativi di dissuaderti dal rivolgerti all’avvocato; perché, in poche parole, si nascondono dietro il paravento della crisi e della giusta causa della cultura per continuare a svolgere un lavoro che, senza negare tutte le colpe delle politiche culturali (c’è bisogno di ribadirlo? lo ribadisco), evidentemente loro non sono in grado di fare in modo adeguato e onesto. Perché, caro editore insolvente, guardi Report e ti indigni, perché pubblichi libri sulla crisi del lavoro giovanile, e poi non paghi i traduttori? Quand’è che i pesi e le misure si sono mandati reciprocamente affanculo a casa tua? No, sul serio, mi interessa saperlo, dimmelo con sincerità, io ti ascolto, senza giudicarti, come se fossimo a una seduta degli alcolisti anonimi e stessimo affrontando il 5 o l’8 dei dodici passi.

E poi, infine, #iolavoroperduelireperché. Perché, davvero, perché lo facciamo? Smettiamo di tirare in ballo la passione e/o le bollette da pagare, per piacere. Se non vogliamo vanificare le nostre sacrosante ragioni non ci possiamo raccontare una versione parziale della storia. Non è victim blaming, non è un tentativo di minimizzare o cancellare i torti di chi non paga (c’è bisogno di ribadirlo? lo ribadisco): è una semplice questione di logica e responsabilità. Perché quello che pesi e misure fanno a casa degli editori, a casa dei traduttori lo fanno causa ed effetto. Perché accettiamo tariffe da fame? Perché continuiamo a lavorare con pessimi pagatori? Lo facciamo davvero per la passione, per il curriculum, per le bollette da pagare? Che poi, le bollette da pagare. Se io traduco un romanzo di 300 cartelle, di media difficoltà, per 10 euro lordi a cartella (e c’è chi lo fa per molto meno) alla fine mi spettano 3000 euro lordi. Uno può pure dire, be’, sputaci sopra. Ma se questi soldi li dividiamo per i mesi o le ore quotidiane di lavoro e ci aggiungiamo il fatto che ci arriveranno, se ci va bene, vari mesi dopo la consegna e quindi un anno, se non più, dopo la firma del contratto, quali bollette ci pago? L’Acea è Telecom nel frattempo mi hanno già staccato tutto, e questi soldi, tradotti in un salario mensile, sono al di sotto dei 500 euro al mese. Per un lavoro che, se fatto bene, è a tempo pieno. Ne vale davvero la pena? Quindi svendersi nel campo dell’editoria non paga da nessun punto di vista. La logica di pochi, maledetti e subito posso anche capirla; quella di pochi, maledetti e a babbo morto, francamente, mi sfugge.

E allora, anche qui, un po’ di sincerità. Posso solo, in questa sede, offrirvi la mia confessione per quanto possibile sincera: quando io ho accettato lavori mal pagati o da case editrici con una cattiva fama, o lavori che mi hanno costretto a un tour de force che non valeva la candela l’ho fatto per un solo motivo: la paura. La paura che un no detto da me a un editore potesse trasformarsi in mille no degli editori a me, la paura di perdere un contatto o un autore. La paura non è una buona consigliera in queste cose, ma va riconosciuta per quello che è. Io, come tanti miei colleghi, ho fatto scelte stupide e dannose nel corso della mia carriera. Ammettiamolo: come primo passo per uscire dal meccanismo malato dobbiamo smetterla di ragionare in termini di colpe, perché non ne verremo mai fuori, ma parliamo di responsabilità, parliamo di causa ed effetto. E soprattutto chiamiamo le cose col loro nome. La paura è paura, la scarsa autostima è scarsa autostima, la poca informazione è poca informazione. Non chiamiamo queste cose passione bruciante per i libri, desiderio di fare esperienza o necessità di arricchire il curriculum. Non facciamo scelte suicide oggi in nome di un futuro migliore che non verrà mai. Lo sentiamo Claudio Baglioni che ci urla “la vita è adesso”? Lo sentiamo Enrico Ruggeri che ci dice “il futuro è un’ipotesi, forse il prossimo alibi che vuoi, il futuro è una scusa per ripensarci poi”? Lo sentiamo Billy Joel che canta “Honesty is hardly ever heard and mostly what I need from you”?
Ma soprattutto li sentiamo i Durutti Column che ci dicono che domani non viene mai? Sentiamoceli, che fanno bene, quasi come un libro qualsiasi o i broccoli.

4 thoughts on “Traduttori anonimi

  1. È tutto dannatamente vero, per usare una parola che i colleghi traduttori detestano. Verissimo che la lettura di per sé non ci fa crescere come la proverbiale bistecca o il piatto di spinaci. Conosco fior di lettori che, invece di essersi arricchito in termini di prospettiva ed empatia per i libri letti, ha guadagnato una insopportabile prosopopea, una spocchia da sono-Dio-perché-ho-letto-tanto che li rende indigesti come una peperonata a mezzanotte. Verissimo che gli editori, come ormai tutti gli imprenditori del nostro Belpaese, accampano la scusa della crisi per giustificare i loro insuccessi, nonché i loro comportamenti iniqui e immorali (e, onestamente, ne ho piene le tasche di scuse trite e ritrite come la crisi per motivi che esulano dal mio lavoro di traduttrice part-time). Quanto al discorso sui traduttori, ahimé, trovo verissimo anche quello, pur lavorando io stessa – da brava traduttrice editoriale esordiente quale sono – per cifre abbastanza basse, ma, permettetemi di offrire anch’io la mia piccola giustificazione alla minaccia che costituisco per la professione: debbo farmi le ossa anch’io. Mi sono vista snobbare da un autore straniero borioso che offriva solo royalties in pagamento (e neppure tanto alte) perché non avevo ‘success cases’ da presentargli. Amen. Oggi, a distanza di un anno, allo stesso autore che ripropone la stessa formula rispondo: Vai a cagare. E perdonatemi la finezza. Lavoro sempre per pochi soldi, ma maledetti e subito, non lavoro con case editrici ma con autori indipendenti, sono pagata anche a royalties (pochissime, invero) ma onestamente distribuite, ho accettato di tradurre gratis (ma poche pagine, badate) laddove ho intravisto la possibilità concreta di future collaborazioni, pur avendo ribadito a chiare lettere che avevo una reputazione anch’io e il mio lavoro si pagava, mica lo regalavo. Ho la stima degli autori – ahimé ancora pochi – che traduco. Sarò che lavoro da poco, sarà che lo vivo come una valvola di sfogo rispetto al mio primo lavoro, ma dico: sono felice di esserci. Sono felice di tradurre, di vivere ogni volta storie nuove, di dare voce, anche se quella un po’ sgangherata che è la mia, a nuovi autori, e mi spiace se i traduttori, quelli bravi davvero, me ne vorranno, oggi ho il mio piccolo paradiso e sono contenta lo stesso, anche se è un paradiso da quattro soldi in cui, magari, gli angeli mangiano fagioli.
    Lucidissimo post all’Aceto come sempre, Federica!

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  2. Concordo in tutto. Per anni ho tenuto una rubrica dedicata ai ragazzi su una rivista letteraria: gli editori mi spedivano (soprattutto) libri doloristi, sussiegosi che avevano lo scopo di controbilanciare la volgarità del vivere con le pillole della Cultura. Ho sempre combattuto, nel mio piccolo, questa idea di ‘letteratura come correttivo’ e tanto più lo combatto in un panorama culturale che fa della Pensosità e dell’Impegno una sorta di genere, come se lo pseudorealismo imperante (in ambito italiano) avesse davvero la facoltà di acutizzare le coscienze, destare il sentimento civico, aprire alla bellezza.
    L’effetto di una letteratura intimamente edificante è quello che tu indichi con precisione: il sentimento di appartenenza a una specie di (arcigno e sentimentale) esercito della salvezza. Non a caso abbiamo molti scrittori (e blogger) con aspirazioni satiriche e praticamente zero scrittori comici.
    Quel che turba (o almeno turba me) è che tutto ciò rappresenta lo specchio della schizofrenia degli editori maggiori: qualche esemplare di edificante e pensoso moralismo per bilanciare la produzione mass market di bassa lega: i libri acquistati un tanto al kilo alle fiere internazionali, la tendenza a seguire supinamente (e sempre tardivamente) il trand del momento , la proliferazione dei cloni fascettati in hard cover. Tanta accedia (Walter Benjamin la descriveva come pigrizia del cuore) non può non avere riflessi sulle vendite e indirettamente sui nostri magrissimi compensi. Perché continuare a lavorare in questo settore (dove alla fame si accompagna, non di rado, una certa, miserrima protervia da compensazione)? Personalmente non so fare altro (e la cosa mi terrorizza abbastanza).

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