Senza fare nomi

1a105db976f875682d65f8ba942a61ecÈ davvero interessante, simbolicamente denso, paradigmatico fin quasi a sfiorare il banale cliché il fatto che la persona che ha scelto di trovare visibilità attraverso l’invisibilità e fama attraverso il nome di qualcun altro di lavoro, ufficialmente, faccia la traduttrice.

L’invisibilità del traduttore – vista tradizionalmente come un pregio – spesso coincide con la sua “capacità” di non problematizzare il testo, di mirare dritto alla scorrevolezza e spazzar via ogni possibile indizio che rimandi alla lingua di partenza e che al tempo stesso non renda le connotazioni della lingua d’arrivo troppo connotate e sbilanciate verso la personale esperienza del traduttore dal punto di vista storico o geografico. Continua a leggere

Non è mica da questi particolari

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“Bene o male, l’importante è che se ne parli” è un modo di dire che prima di fare la traduttrice non avevo mai capito fino in fondo, perché, come ci insegnavano anche le schede di valutazione dei programmi televisivi fatte da Sorrisi e Canzoni degli anni ’70, una cosa è essere conosciuti e un’altra cosa il gradimento, e non mi è mai stato chiarissimo perché qualcuno dovrebbe gioire del fatto che si parli tanto, e male, di lui.  Da quando traduco libri, però, un po’ ho cominciato a intuire uno dei possibili sensi di questa massima. Se ci lamentiamo che i giornalisti, e persino a volte gli editori, si dimenticano di citare il nostro nome nelle sedi opportune, il fatto di essere oggetto di critiche, a volte anche di stroncature, non solo da parte degli addetti ai lavori, ma anche di lettori, non può che essere il segno lampante che non siamo più così invisibili. Continua a leggere

Confessioni di una disordinata seriale

Jimi-Hendrix-marijuanaA proposito della mia tendenza alla procrastinazione, mi sono sempre raccontata la storia che molti rimandatori seriali si raccontano, e cioè che in fondo io sono una che lavora meglio sotto pressione. È una solenne stupidaggine: sotto pressione si lavora da schifo, in termini sia di risultati sia di qualità della vita in genere. Eppure, per un lungo periodo, l’ansia del dover fare tutto in poco tempo è stata una specie di droga che mi dava l’impressione di operare con maggiore concentrazione e alacrità. Gli effetti collaterali però sono pesanti: stress, stanchezza cronica, senso di colpa, sindrome dell’impostore. Continua a leggere

Moviti femmu

96ebc6285cebb92f77a0ce089218edf9Lo sappiamo ormai da un pezzo che nelle opere di narrativa gli anglofoni si muovono più di noi. Se ne parla qui e ne parliamo spesso noi traduttori, quando incontriamo l’ennesima persona che moves uneasily in the chair, con i nostri colleghi, familiari e psichiatri. Nei corsi non si fa che ripetere che in una “buona” traduzione molti di questi gesti devono sparire e far posto alle corrispettive emozioni, sensazioni, pensieri, opere e omissioni che vogliono mostrare senza dirleContinua a leggere

Zero K, DeLillo e il Molise come luogo dell’anima

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È uscito ieri Zero K, il nuovo romanzo di Don DeLillo. Le recensioni e le sinossi ci dicono che è un libro para-fantascientifico sul desiderio di dominare la morte attraverso la crioconservazione umana. A guardarlo più attentamente, più da vicino, si scopre che in realtà questo breve romanzo (170 cartelle in inglese) è un libro che parla delle parole. Della genesi delle parole, del dare nomi alle cose e alle persone, dell’importanza e dell’impossibilità di definire; parla della genesi e dell’evoluzione del linguaggio, di tutti i linguaggi.

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L’Italia tradotta in italiano

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Ho da poco consegnato la traduzione di due romanzi – Katherine Carlyle di Rupert Thomson e  How To Be Both di Ali Smith – che si svolgono in parte in Italia.
Ora, molti di noi traduttori, quando ci troviamo a lavorare con un testo contenente riferimenti all’Italia e all’italiano ci infiliamo l’elmetto e ci prepariamo alla guerra. Continua a leggere

Le vite di Lucia Berlin

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Ieri mi è arrivato il pacco con le mie copie di spettanza di La donna che scriveva racconti* di Lucia Berlin, edito da Bollati Boringhieri. Non l’ho aperto. Mi spaventa un po’ vederlo stampato. Provo un leggero fastidio a rileggere la mia traduzione nei racconti o negli stralci pubblicati in questi giorni online e sui giornali. Ho fatto questo board su Pinterest e in più di un caso, mentre ricopiavo gli incipit dei 43 racconti, mi sono chiesta con sincero sgomento: ma perché hai tradotto così?

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