Confessioni di una disordinata seriale

Jimi-Hendrix-marijuanaA proposito della mia tendenza alla procrastinazione, mi sono sempre raccontata la storia che molti rimandatori seriali si raccontano, e cioè che in fondo io sono una che lavora meglio sotto pressione. È una solenne stupidaggine: sotto pressione si lavora da schifo, in termini sia di risultati sia di qualità della vita in genere. Eppure, per un lungo periodo, l’ansia del dover fare tutto in poco tempo è stata una specie di droga che mi dava l’impressione di operare con maggiore concentrazione e alacrità. Gli effetti collaterali però sono pesanti: stress, stanchezza cronica, senso di colpa, sindrome dell’impostore. Continua a leggere

Moviti femmu

96ebc6285cebb92f77a0ce089218edf9Lo sappiamo ormai da un pezzo che nelle opere di narrativa gli anglofoni si muovono più di noi. Se ne parla qui e ne parliamo spesso noi traduttori, quando incontriamo l’ennesima persona che moves uneasily in the chair, con i nostri colleghi, familiari e psichiatri. Nei corsi non si fa che ripetere che in una “buona” traduzione molti di questi gesti devono sparire e far posto alle corrispettive emozioni, sensazioni, pensieri, opere e omissioni che vogliono mostrare senza dirleContinua a leggere

Zero K, DeLillo e il Molise come luogo dell’anima

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È uscito ieri Zero K, il nuovo romanzo di Don DeLillo. Le recensioni e le sinossi ci dicono che è un libro para-fantascientifico sul desiderio di dominare la morte attraverso la crioconservazione umana. A guardarlo più attentamente, più da vicino, si scopre che in realtà questo breve romanzo (170 cartelle in inglese) è un libro che parla delle parole. Della genesi delle parole, del dare nomi alle cose e alle persone, dell’importanza e dell’impossibilità di definire; parla della genesi e dell’evoluzione del linguaggio, di tutti i linguaggi.

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L’Italia tradotta in italiano

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Ho da poco consegnato la traduzione di due romanzi – Katherine Carlyle di Rupert Thomson e  How To Be Both di Ali Smith – che si svolgono in parte in Italia.
Ora, molti di noi traduttori, quando ci troviamo a lavorare con un testo contenente riferimenti all’Italia e all’italiano ci infiliamo l’elmetto e ci prepariamo alla guerra. Continua a leggere

Le vite di Lucia Berlin

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Ieri mi è arrivato il pacco con le mie copie di spettanza di La donna che scriveva racconti* di Lucia Berlin, edito da Bollati Boringhieri. Non l’ho aperto. Mi spaventa un po’ vederlo stampato. Provo un leggero fastidio a rileggere la mia traduzione nei racconti o negli stralci pubblicati in questi giorni online e sui giornali. Ho fatto questo board su Pinterest e in più di un caso, mentre ricopiavo gli incipit dei 43 racconti, mi sono chiesta con sincero sgomento: ma perché hai tradotto così?

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Le correzioni

samuel-beckettTempo fa ho pubblicato questo post sul rapporto dei traduttori con i propri errori. È da un po’ che rifletto anche sul rapporto che abbiamo con gli errori altrui. Sarà una mia impressione viziata anche dalla bidimensionalità degli status e dei commenti sui social network, ma l’impressione che ho è che noi traduttori spesso prendiamo gli errori altrui come un affronto personale. Se avete un traduttore tra i vostri contatti Facebook, se avete anche solo me come traduttore tra i vostri contatti Facebook, avrete senz’altro letto numerose volte status tipo: “Ho appena sentito in una serie doppiata un personaggio che diceva ‘come se non ci fosse un domani’. Ho sfondato la TV a calci”; oppure: “Sono a pagina venti di un libro e ho già contato cinque refusi. Comincio a capire i nazisti che bruciavano i libri”. Continua a leggere

Lavorare stanchi

Pause at work: cat sleeping on keyboard

Traduttore in pausa – fonte: http://tinyurl.com/j6ze6vn

Questo post non ha ovviamente la pretesa di avere un respiro sociologico, ma prende spunto da me, dalle mie esperienze e dalle mie vacanze di Natale che, come  del resto da una decina d’anni a questa parte, sono state delle vacanze dedicate interamente al lavoro e quindi da schifo.
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